appunti sulle droghe

di Maurizio Braucci

E' un mondo assurdo che alleva cose assurde quello intorno e dentro noi, si sa, oggi più che mai, quando ormai allo sviluppo della tecnica corrisponde una regressione della saggezza.
Sviluppo senza progresso è stato definito, al punto che tanti che si definiscono progressisti sono in verità "sviluppisti" con la mania di fare di ogni questione un tema economico e razionale.
Credo che sia necessario riappropriarsi dell'utopia come risposta all'esistente, ma allo stesso tempo che questa utopia debba essere responsabile verso le condizioni in cui si muove.
Tempo è anche che le posizioni antiproibizioniste si facciano carico delle mutazioni avvenute nella nostra società e che vanno sotto il nome di modernizzazione, strappandosi da una certa astrazione e dal rifuggire la contestualizzazione delle loro proposte.
Affermare l'antiproibizionismo come utopia di fronte all'assurdo del mondo si traduce in una concretezza che mira a superare la contrapposizione di concetti quali la legalità e l'illegalità, il giusto e l'errato, etc.
In pratica, si tratta di dare al termine utopia il significato di "qualcosa che (ancora) non ha luogo" perché tale luogo è negato dai rapporti di forza a cui si riducono la politica e la democrazia quando vivono dibattiti incapaci di andare oltre il dualismo e di connettere categorie del pensiero che potrebbero cooperare nella ricerca di soluzioni.
In tal senso, l'utopia è l'only connect shakesperiano che fa incontrare in un luogo ancora inesistente le risorse politiche, economiche, culturali, scientifiche e quante altre costituiscono la vastità e la ricchezza dell'umano, ponendole tutte su un terreno paritario.
Ciò vale a dire che bisogna liberare le posizioni antiproibizioniste dalla tirannide del duopolio legale-illegale a cui spesso è ridotto il loro dibattito.
Ma per fare ciò, per aprire realmente le porte della percezione del mondo a cui ci si rivolge, bisogna innanzitutto farsi carico delle contraddizioni che la società pone nelle sue forme reali e presenti.
Innanzitutto è necessario affrontare il tema dell'imperativo al consumo generalizzato che il nostro tempo vive, e qui guardare alle droghe come merci che oscillano tra il genere di massa e d'élite, a seconda della loro offerta, nel ciclo della produzione globale.
Se si guarda attentamente, oltre la cortina ideologica, si vedrà che il consumo di droghe ha sempre più una tendenza conformista, sia essa estesa a molti o ristretta a pochi, indotta da un modello di vita che si diversifica solo per creare le equivalenze dei vari punti che costituiscono la medesima società capitalistica.spinellotto
In tal senso, il parlare della liberalizzazione dei consumi di droghe corre il rischio di rimanere intrappolato in un generico laisser faire mercantile che non affronta il tema della libertà di scelta ma solo della velocizzazione dell'obbligo al consumo.
Tant'è che oggi, i mercati della droga, gestiti dalla criminalità organizzata internazionale, più che illegali sono mercati paralleli a quelli regolarizzati dagli Stati, i quali si riservano di fatto soltanto di limitarne i flussi quantitativi attraversano la repressione poliziesca.
La posizione proibizionista quindi, ha sortito in pratica il mero effetto di creare oligopoli criminali che, se da un lato non trasmettono direttamente parte dei loro profitti ai governi, dall'altro li liberano dagli obblighi di controllo sui prezzi e sulla qualità e, soprattutto, li sollevano da una presa di posizione responsabile verso le droghe quali merci la cui domanda crescente è radicata nello stesso modello di vita che la società impone.
Un'altra questione che il dibattito antiproibizionista dovrebbe affrontare è quella relativa alla cultura e al suo decadimento nell'ambito dell'uso delle sostanze psicotrope.
La massificazione dei consumi ha ridotto di molto la portata esperienziale delle droghe, collocandole tra l'essere l'indotto o il cofattore di situazioni e stili costitutivi dello sviluppo capitalistico.
Molto spesso le droghe rispondono all'esigenza di attenuare gli effetti della modernità che ci usa, frantuma ed espelle nel suo ciclo produttivo di contraddizioni.
La riduzione delle esperienze collettive legate alle droghe elimina la possibilità di allargamento della loro cultura, e quindi di una consapevolezza che potrebbe innalzare soglie critiche, aprire dibattiti e individuare diritti e limiti da parte dei suoi fruitori.
E' paradossale che all'incremento attuale delle sostanze corrisponda una riduzione delle pubblicazioni e delle produzioni culturali sulle droghe, particolarmente di quelle generabili negli stessi contesti di assunzione.
Nel "consumo acefalo" di droghe, il dibattito antiproibizionista dovrebbe individuare un tema essenziale oltre il quale rinnovarsi e portare la sua lotta su un piano di maggiore efficacia entro il reale.
Il consumo critico, il diritto alla buona qualità delle sostanze, la promozione di osservatòri e pubblicazioni culturali, dovrebbero costituire occasioni di dibattito costante sulle droghe, al fine di riappropriarsi di esse attraverso la coscienza delle risorse e dei vincoli comuni a questa come a qualunque pratica.
Non si può portare il nostro dibattito alla contrapposizione tra legalità ed illegalità senza rispondere alle domande relative alle condizioni in cui la depenalizzazione dell'uso di droghe viene richiesta: il "per chi" e il "per cosa" rendere disponibili liberamente le sostanze vanno costruiti da noi stessi, muovendoci nelle contraddizioni del reale, senza proposte che non siano il frutto di confronti costanti e collettivi.
Del passato delle culture antiproibizioniste c'è abbastanza da mantenere, ma altro va ripensato attraverso il ricordo dei fallimenti e la percezione di come il mondo stia evolvendo.
In tal senso, un'utopia responsabile è forse l'unica strada attraverso cui rivendicare un futuro possibile a partire da noi stessi: "utopia" in quanto non soggiaccia al moralismo e al possibilismo, "responsabile" per il suo porsi come prospettiva collettiva che si faccia carico delle contraddizioni che costituiscono la nostra realtà.